Natale ormai è alle porte. Ugni anno ciclicamente si rinnova il ricordo della nascita di Cristo, apparso in umiltà, povertà e senza appariscenza: modello ineguagliabile di esempio del modo come i veri valori andrebbero incarnati e vissuti. Questo costituisce un forte messaggio per i nostri tempi attraversati da una così diffusa indifferenza, da un esasperato individualismo, dalla ricerca senza scrupolo dell’effimero e della finzione. Il Natale invita a pensieri di servizio, di amicizia, di fratellanza e di condivisione delle sofferenze del mondo per affrontarle con serietà e responsabilità in vista di una loro soluzione in termini di giustizia e di verità.
L’attuale crisi economica non induce certamente al consumismo senza regole, ma a una riflessione più attenta sul senso del nostro comune vivere. Speriamo che questa ricorrenza religiosa produca effetti positivi e duraturi di cambiamento nella coscienza di ognuno.
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Si sa che l’agricoltura è il settore primario dal quale dipendono la sopravvivenza e l’economia di una comunità: perciò conservarla, difenderla e aiutarla significa garantire queste esigenze. Tutto il resto (industria, commercio e servizi), pur importanti, origina da questa priorità di fondo. Per un suo sviluppo e per il progresso completo di una collettività è necessario saperla progettare nelle sue varie articolazioni e questo andrebbe fatto con competenza, serietà e onestà. Invece cosa accade? Quasi sempre tutto il contrario: improvvisazione, non professionalità, scelte non sempre ben selezionate, spesso la corruzione. Oggi sembra che il problema maggiore e piè urgente da affrontare, almeno qui in Italia, sia l’ordinamento giudiziario: certamente conta, ma altrettanto certamente non è né il primo né il principale, mentre ci sono altri ben più vitali da risolvere. Non so quanto tutti si metterà un po’ la testa a posto lasciandosi guidare dal buon senso e soprattutto dall’interesse generale!
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La nostra Costituzione vuole che si sia tutti uguali di fronte alla legge (art. 3). Tutti, quindi, hanno il diritto a fruire delle stesse opportunità, come tutti hanno anche il dovere di rispettare le regole che stanno alla base di una buona e corretta convivenza civile. Ė così che si cresce in umanità e con un minimo di fiducia nel futuro. Una società che vuole rendersi più matura ed evoluta non può sottrarsi a questi elementari dettami del buon senso. Bisogna garantire alle nuove generazioni questa prospettiva di speranza e in tutti settori del vivere. Questo vale anche per le nostre comunità. Ma perché è tanto difficile capire tutto ciò?
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Un dono fatto all’uomo è quello di avere la possibilità di pensare: una naturale premessa della sua libertà di scelta. Ci sono, però, pensieri e pensieri: c’è quello dei pesci che vivono nell’oscurità degli abissi, quello dei galli e delle galline che saltellano radendo sempre il suolo e quello delle aquile che silenziose volano alto e sostano sulle cime dei monti mirando il sole e osservando la valle sottostante. Fuori metafora la società è strutturata allo stesso modo: c’è chi si è fermato al passato, chi si blocca al presente e chi acutamente si prefigura e progetta il futuro visto come realizzazione del bene comune. Imbastire giochi sotterranei è proprio dei pesci, curare solo gli interessi dell’orto è del pollame, proteggere e salvare il cielo e la terra è delle aquile. Se le cose non sempre decollano è perché o gli aerei talora sono fatti di carta o le piste son piene di buche: l’identico cioè rimane uguale a se stesso e la stazione del vivere si chiude perché il treno non parte più. Così o si muore di noia o si emigra da esseri liberi verso lidi più prosperi: questa è la dinamica di una esistenza dignitosa.
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Il futuro è nelle mani del presente, cioè delle nuove generazioni, che ancora vivono di sogni, di sane ambizioni, di volontà a guardare avanti con speranza. Certamente i nostri tempi non sono tra i migliori e i fatti lo dicono chiaramente: la devastante caduta di valori, di ideali, di serietà e di onestà mentale e comportamentale, la droga delle illusioni generata e venduta da affari criminali e dai media, il mito, il culto e l’uso spregiudicato e spesso volgare della bellezza fisica, la precarietà economica e lavorativa, i vuoti modelli di riferimento, la mortificazione di cervelli promettenti… I giovani di oggi sono chiamati a lottare contro tutte queste ombre, a riappropriarsi della propria vita e della personale dignità, a sollevare gli occhi in alto come le aquile, ma alla condizione che imparino a saper tenere la schiena diritta e a credere di più in se stessi. Soprattutto occorre che non si lascino andare al buco nero della depressione, alla rinuncia, al richiamo delle sirene, alla delega ad altri della scrittura della propria esistenza.
Se una qualunque realtà territoriale vuole ridisegnarsi un futuro ha bisogno di sviluppare un’intelligente apertura al progetto e all’autonomia e soprattutto la forza morale a liberarsi dai tanti pesanti lacci che imprigionano e soffocano molti ambiti del vivere, sapendosi affidare nelle mani di gente perbene: ripulita l’aria, allora sì che si può finalmente riscoprire, valutare e misurare il vero merito da porre poi al servizio della comunità. Questo se non si desidera che i migliori fuggano e una situazione di stallo si consolidi nell’avvilente appiattimento dell’effimera commedia quotidiana.
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La cultura è essenzialmente conoscenza e rigoroso metodo di ricerca per arrivarvi: prescinde dalla quantità e dalla settorialità e va direttamente alla qualità dei contenuti. Questo è il “sapere” che dà sapore all’oggetto della mente: una conquista paziente che dovrebbe estendersi ad ampio raggio. Ovviamente ciò implica sempre una originale elaborazione personale dei dati, altrimenti è solo ripetizione o copia-incolla di cose già dette o scritte da altri.
La cultura è, poi, chiara consapevolezza dei propri limiti e della complessità del reale: senza umiltà nessun traguardo è raggiungibile e solo gli sciocchi e gli stupidi possono vaneggiare nella loro presunzione di possedere il tutto. Cultura è riconoscere e rispettare onestamente anche i frammenti di verità, in chiunque essi siano depositati.
La vera cultura è soprattutto dignitosa libertà: non si sviluppa e mai dovrebbe svilupparsi in ginocchio alla corte di nessuno né è una riserva protetta o naturale di alcuni o di gruppi, perché non è servitù né piaggeria né tantomeno strumento di autopromozione, ma è un impulso a servire la crescita del bagaglio interiore di una comunità. Pensarla diversamente significa non aver capito nulla né di sé né di ciò che ci circonda né, forse, dello stesso vivere: dunque apertura di mente e di cuore e non rozzo e gretto strabismo.
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La convivenza umana è un groviglio di luci e di ombre, di virtù e di vizi, di onestà e di barbarie, cioè di bene e di male. Quest’ultimo “sembra” vincere quasi sempre, ma alla fine è inesorabilmente perdente, perché ha le gambe del centometrista, che, arrivato con ogni mezzo al traguardo, cade e stramazza poi al suolo. Il bene invece ha le gambe più forti, più resistenti agli sforzi e più intelligentemente dosate nelle energie da spendere, perché sa guardare lontano: sono quelle del maratoneta, lo sport principe dei giochi olimpici.
Fuori di metafora c’è da dire che ci sono piccoli uomini che vivono di espedienti, di finzioni e di furbizie e grandi uomini e donne che sanno stare al loro posto e in silenzio e con serietà tessono e realizzano fatti utili, contribuendo così a scrivere la storia di una comunità. Bisognerebbe riscoprire di più il valore della sobrietà (o, se si vuole, dell’umiltà), che non è debolezza, ma fortezza interiore, verità e onestà intellettuale, cioè libertà. Perbenismo e snobismo sono vuota espressione del mercato dell’inesistente, come invidie e gelosie disegnano l’altra faccia della miseria umana. Se il mondo avesse gli uomini giusti nei ruoli giusti, forse tutto potrebbe andare un po’ meglio. Ma…quanta strada c’è ancora da compiere!
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La vita è un dono irripetibile e, come tale, va riconosciuto, rispettato, amato e utilizzato al meglio delle sue potenzialità in direzione della propria crescita umana e civile e specularmente anche di quella degli altri. Il vivere è un valore in sé, ma ha anche uno scopo ben preciso: quello di far prendere coscienza di essere depositari e portatori di una dignità in vista di un ampliamento dei propri orizzonti conoscitivi che facciano arricchire la persona sempre più di luce e trasferire poi questa, con discrezione e delicatezza, nella mente e nel cuore del prossimo. Questo chiarore è caldo di affettività e di tenero sapore che alla fine produce solo benessere, cioè “ben-essere”.
A nessuno è consentito sopprimere l’esistere,come a nessuno dovrebbe essere permesso di creare o di costruire artificiosamente dolorose croci da far pesare poi sulle spalle degli altri. Agire così significherebbe negare la propria chiamata al servizio, arroccandosi magari in un fitttizio castello fatto di interessi, di potere, di indebito accumulo di ricchezze: sarebbe come un macigno piantato sul terreno, che non fa storia, ma abbrutisce e certamente non salva.
Avremmo tutti da riflettere un po’ di più su questa realtà. Il resto è solo miseria umana destinata all’oblio.
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Ogni buon cittadino, se ha capito il valore del proprio essere uomo, ha il dovere di promuovere il bene della propria città. Questo fa parte del cosiddetto “contratto sociale” del quale parlava Rousseau, secondo il quale una sana convivenza è fondata sulla coscienza e poi sul rispetto di diritti e doveri allo scopo di salvaguardare la libertà di ognuno e non ritornare alla legge della giungla per la quale ognuno è indotto a sopprimere l’altro in vista della esclusiva personale sopravvivenza. È una questione di misura, di autoconsapevolezza, perché se non si agisse così si sarebbe tutti come tanti lupi contro lupi (Hobbes) e ciò non gioverebbe certamente a nessuno. Purtroppo, lungo il corso dei secoli, ma soprattutto oggi, non tutti hanno appreso questa regola fondamentale dell’agire, perciò il prevalere di ciechi egoismi, rampantismi senza limiti, opportunismi senza scrupoli con la devastante conseguenza che spesso ognuno viene a trovarsi al posto sbagliato. Chi ne soffre di tutto ciò è il vivere comune, che avrebbe invece bisogno di speranza, di certezze, di progettualità positive, di una operatività degna della peculiarità della vocazione umana al bene come fine ultimo che possa dare un senso e un colore all’esistenza.
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In circostanze come questa è consuetudine esprimere pensieri augurali perché una tale festività sia vissuta come un momento di riflessione, di serena intimità familiare, di rinnovata fraternità con i vicini e i lontani. Mai come oggi c’è bisogno di riscoprire simili valori con i mille preoccupanti fenomeni che stanno attraversando la nostra epoca: economia a pezzi, nuove povertà, parole che offuscano il buon messaggio della pace, realtà collettive spesso chiuse nei loro egoismi. Per chi ha il dono della Fede, Cristo è nato per aiutare a riscrivere le pagine della Storia, per offrire una speranza, per aprire nuovi varchi di dialogo e di incontro, per insegnare a riprogettare la vita sul piano del rispetto per la propria e l’altrui dignità. Questo è il significato più vero del Natale per i cristiani credenti.
Questi affettuosi auspici augurali vogliamo rivolgere a tutti i cari e affezionati visitatori del sito: che niente passi sotto il ponte del vivere senza prima aver lasciato una traccia di cambiamento nel personale stile di essere e di agire.
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